“La cura dei disagiati”: saper parlare di disabilità

Ecco quindi individuato il punto: chi è disabile non è disagiato a causa della disabilità in sé, ma per gli ostacoli sociali che si trova ad affrontare.

“Sempre con i più disagiati”. E’ con queste parole che viene presentato sulle pagine de Il Corriere della Sera il nuovo Ministro per le disabilità Alessandra Locatelli.

Diciamo subito che tralasciamo qualsiasi commento sia sulla scelta della persona chiamata a ricoprire il Ministero, sia sull’esistenza del Ministero stesso. Perché oggi volevamo ragionare sulle parole utilizzate dal principale quotidiano italiano. “Una vita dedicata alla cura dei più disagiati” scrive il giornalista, per sottolineare il fatto che il Ministro conosca la materia.

D’altra parte, si aggiunge subito dopo “Locatelli non ha esitato a partire per l’Africa per prestare lì come volontaria le cure per i più poveri del mondo”. Il sotto testo  che si legge tra le righe è chiaro: sempre pronta ad aiutare chi è sfortunato, poveretto lui.

Un classico atteggiamento di pietismo che è purtroppo molto diffuso, e si mostra soprattutto nella scelta del linguaggio. Le parole sono importati, come si dice, perché possono dire molto più del loro significato intrinseco.

In effetti, si può anche ammette che chi vive una disabilità viva anche una situazione di disagio. La differenza nasce da come si intende quel disagio, da dove si pensa abbia origine e infine da come lo si affronta. Anche chi è povero  vive una condizione di disagio, ma certo non legheremmo l’aggettivo alla persona, bensì alla sua situazione.

Definiremmo mai le donne disagiate? In un articolo come quello del Correre della Sera, una tale definizione avrebbe scatenato – giustamente – il risentimento dei gruppi femministi e non solo. Eppure è universalmente riconosciuto che in certi ambienti, come nel mondo del lavoro per fare l’esempio più banale, essere donna può trasformarsi in uno svantaggio.

Ed ecco quindi individuato il punto: chi è disabile non è disagiato a causa della disabilità in sé, ma per gli ostacoli sociali che si trova ad affrontare. Per le mancate (pari) opportunità di crescita e di auto determinazione. E in questo senso sì, la sua condizione può essere paragonata a chi non ha mezzi economici sufficienti, e si trova a combattere in una società in cui le istituzioni non rispondono alle sue necessità.

Utilizzare invece il termine disagiati quasi come sinonimo di disabili è preoccupante non solo per ciò che si intende nell’immediato, ma anche in prospettiva. Perché significa ridurre il ruolo del Ministero a rispondere a chi vive condizioni considerate sfortunate e quindi con aspettative molto basse. Significa limitarsi a fornire sussidi di sopravvivenza e accesso ai servizi di base, dimenticando temi fondanti quali la realizzazione e indipendenza della persona o l’inclusione nei luoghi dedicati alla socialità. E in questo – ci auguriamo remoto – caso, allora sì il Ministero della Disabilità avrebbe poco senso di essere.

Se non si creano i presupposti per una reale inclusione in ogni aspetto della vita sociale, allora sì che le persone con disabilità vivono un disagio. Se questo era il senso dell’articolo del Corriere della Sera, ci trova d’accordo.

Diversamente, non possiamo non notare una volta di più come manchi una cultura dell’inclusione, che sappia anche come si parla di e alla disabilità.